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Xavier Le blog de la liberté BLOG DE XAVIER Ce blog porte le symbole de Paris, parce que ma formation et ma culture sont françaises Questo blog porta lo stemma di Parigi perché la mia formazione e la mia cultura sono di là Juillet 2010 D L M M J V S 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Notes récentes La crisi è soprattutto etica ed il rimedio... Tremonti e il paragone Puglia-Grecia. Vendola:... Genio francese scompare per 3 anni. Ritrovato... Gli artificieri: ogni bomba è una sfida con la... Banier reçoit 710 000 euros par an de la part... Il divieto della Catalogna alla corrida è solo... Gli "assenti ingiustificati" della riforma Gelmini E Solov'iev smascherò l'Anticristo Ogni volta io rivivo quell'abisso di dolore Il figlio di Gigli: "Anch'io artificiere... Commentaires récents Xavier sur Bandiera bianca Maurizio Spagna sur Bandiera bianca Xavier sur A Reform Is Far Away Xavier sur Bandiera bianca Maurizio Spagna sur Bandiera bianca Essays Writing Help sur A Reform Is Far Away Xavier sur Una custodia per tappare la falla. Jobs: ma... Ninou sur Una custodia per tappare la falla. Jobs: ma... Xavier sur La Gelmini: alle superiori materie insegnate in... Xavier sur Grossouvre: sa famille conteste la thèse du... Archives 2010-07 2010-06 2010-05 2010-04 2010-03 2010-02 2010-01 2009-12 2009-11 2009-10 Toutes les archives   DIZIONARIO di ITALIANO cerca:         DIZIONARIO di FRANCESE cerca:   Francese - Italiano   Italiano - Francese     DIZIONARIO di INGLESE cerca:   Inglese - Italiano   Italiano - Inglese   samedi, 31 juillet 2010 La crisi è soprattutto etica ed il rimedio passa per l'educazione A osservare gli avvenimenti italiani che si dispiegano quotidiana-mente, viene sempre più da pensare che la crisi, prima che economica, sia soprattutto etica. Di quellâetica, ovviamente, che non coincide necessariamente con la morale dei precetti, ma che consiste nellâinsieme dei valori che orientano lâazione umana. E si tratta di una crisi che si esplica non tanto in una opposizione valoriale (una sorta di anti-etica), che avrebbe probabilmente maggiore spessore e sarebbe più facile da combattere, quanto piuttosto in una indifferenza e in uno scetticismo, difficili da contrastare, e che si sposano terribilmente bene con certo clima individualistico della molecolarità post-moderna. Per dirla con Ennio Flaiano: «Altri Paesi hanno una loro verità. Noi ne abbiamo infinite versioni». Oppure: «La situazione politica in Italia è grave, ma non seria». In effetti la scarsa fiducia nelle istituzioni, il diffuso costume della distruttività mediatica (e non solo mediatica) dei leader, la trasgressione mitizzata e persino eretta a sistema, lâegoismo pervasivo, sono pecche della convivenza civile italiana che si sono andate aggravando, rischiando di soffocare e, comunque, di sovrastare le numerose e vitali forze sane dellâassociazionismo, del volontariato e delle famiglie. Nel suo annuale appuntamento del Mese del sociale, il Censis ha dedicato questâanno uno dei quattro incontri previsti sul futuro dellâItalia a quello che è stato chiamato il «riarmo morale» contro il «ciclo lungo dellâindividualismo, dalla molecolarità delle imprese e del lavoro, allo sfarinamento delle diverse forme di rappresentanza collettiva, alla deregulation dei comportamenti, al primato del soggettivismo e degli egoismi di ogni tipo». La discussione ha affrontato soprattutto il tema delle possibili vie da praticare per la ricostruzione di una etica condivisa, in una situazione nella quale è ormai evidente che non ci si può continuare a consolare solo e soltanto con la meritoria "supplenza" ordinaria della Chiesa, della famiglia e del volontariato, tutte realtà ancora e sempre ricche di contenuti valoriali eticamente significativi eppure â guarda caso â poste pesantemente in questione dai processi di secolarizzazione, di scomposizione familiare e dal predominio del "potere nudo" (personale, finanziario, mediatico). E se è evidente che qualsiasi velleitarismo di tipo isolato non ha grandi possibilità di riuscita, occorre porre una attenzione maggiore ai processi collettivi e circolari di ricostruzione di unâetica civile. Ciò significa scelte e azioni di vario tipo, ma soprattutto massima attenzione per le dinamiche di governo da un lato e per la formazione ed educazione delle giovani generazioni dallâaltro. Per quanto riguarda il governo, non è da oggi che le voci più vitali indicano nel dibattito nazionale lâimportanza del principio della poliarchia (come ordinato governo concertativo di tutti), nella politica come nel lavoro e nella società, la rifondazione dei criteri di selezione della classe dirigente, unâetica pubblica della responsabilità individuale e di gruppo. Per quanto attiene alla educazione, non vi è dubbio che nessuna ripresa etica potrà realizzarsi senza che si passi per una rifondazione dei processi di trasmissione dei valori e delle forme, più o meno spontanee, di aggregazione dei giovani attorno a sensibilità di tipo etico. Unâesigenza che la Chiesa italiana ha colto, ponendo al centro del suo impegno nel decennio che si sta aprendo lâidea di una grande e condivisa «sfida educativa», che può e deve interpellare tutti e che chiama a una grande alleanza. Sia la classe dirigente che le nuove leve giovanili, insomma, dovrebbero essere portati a riconoscere il valore di ricostruzione collettiva, di benessere sociale e individuale, e di sviluppo ulteriore, con vantaggio di tutti, di una etica collettiva basata sulla responsabilità, sulla reciprocità e sul bene comune. Carla Collicelli. Avvenire 12:41 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note vendredi, 30 juillet 2010 Tremonti e il paragone Puglia-Grecia. Vendola: è un atto di sabotaggio Il ministro non firma il Piano di Rientro sanitario della Regione e attacca: «Situazione non responsabile» il governatore su tutte le furie:â«intervenga napolitano» Il ministro non firma il Piano di Rientro sanitario della Regione e attacca: «Situazione non responsabile» MILANO - Se per la sanità in Calabria il governo ha deciso il commissariamento, in riferimento alla Puglia, il ministro Giulio Tremonti ha deciso di non firmare il Piano di Rientro sanitario. L'esecutivo, ha spiegato anche il titolare dell'Economia, non intende tollerare che «la Puglia diventi una nuova Grecia». Proprio polemizzando con la legislazione regionale sulla Sanità, Tremonti ha sottolineato, al termine del Cdm, che quella in Puglia «è una situazione non responsabile» e che il governo non vuole che «la Puglia finisca come la Grecia e poi la pagano i pugliesi e gli altri». In «questa fase storica - ha aggiunto il ministro - prima vengono i numeri e poi la politica». Le parole di Tremonti, però, hanno fatto andare su tutte le furie il governatore Nichi Vendola, che ha definito il paragone Grecia-Puglia scelto dal ministro «un sabotaggio politico, economico e sociale nei confronti della Regione». «Paragonare la Puglia alla Grecia - ha detto Vendola - significa dare, da parte di un ministro dell'Economia, indicazioni alle agenzie di rating e dare così un colpo mortale alla Puglia». I   «INTERVENGA IL COLLE» - La rabbia di Vendola però è tanta. Al punto che il governatore pugliese ha annunciato che chiederà l'intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per riportare il corretto equilibrio tra poteri, regionale e dello Stato, portandolo a conoscenza di quanto accaduto a proposito del Piano di Rientro del governo e della mancata firma del ministro Tremonti. «Perché il presidente - ha spiegato Vendola - possa fare una valutazione di tutti i passi che consentano il ripristino dei normali rapporti tra poteri dello Stato». «Siccome quello che è accaduto è un atto gravissimo, senza precedenti, chiediamo intanto -ha aggiunto il presidente - di poter condividere la conoscenza di tutti i passaggi, delle carte, dei documenti e poi chiediamo che ci sia un difensore per gli interessi di 4milioni e 200mila persone perchè- ha concluso - non è giusto combattere una sola persona, cioè Nichi Vendola, strangolando 4 milioni e 200mila persone». Il Corsera   19:08 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Genio francese scompare per 3 anni. Ritrovato allo Pschiatrico di Pescara Il matematico smemorato era in ospedale psichiatrico: parla 4 lingue e si esprime attraverso complesse formule la storia Il matematico smemorato era in ospedale psichiatrico: parla 4 lingue e si esprime attraverso complesse formule MILANO - Michel Doumesche è un genio smemorato di 61 anni, parla quattro lingue e si esprime attraverso complesse formule matematiche. Di lui si erano perse le tracce in Francia, suo Paese di origine, nel 2007. Il matematico è stato ora ritrovato in un ospedale di Pescara. Doumesche, soffre di disturbi di memoria e, prima del 2007, era scomparso diverse volte. Tre anni fa, tuttavia, il suo allontanamento da casa sembrava definitivo: non era stato più rintracciato. HA GIROVAGATO PER TRE ANNI - Dal 2007 ad oggi, l'uomo ha girovagato per l'Europa e del caso si è occupata anche la trasmissione di Raitre Chi l'ha visto?. Nel 2008 era stato avvistato in provincia di Taranto, poi era approdato nel Foggiano in un istituto di suore. Da due mesi circa era ricoverato nell'ospedale psichiatrico di Pescara. La comunicazione tra le questure di Roma e di Pescara ha solo adesso consentito ai poliziotti della Divisione anticrimine della Questura capitolina, di mettere in collegamento le informazioni acquisite dall'Ambasciata francese e la descrizione dell'uomo e la sua corporatura del tutto somigliante con quella di un paziente ricoverato nel reparto psichiatrico di un'ospedale di Pescara. Dopo i dovuti riscontri ed accertamenti approfonditi, la polizia di Roma ha verificato l'identità dell'uomo dandone comunicazione alle autorità francesi e ai suoi familiari. Il Corsera 16:25 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Gli artificieri: ogni bomba è una sfida con la morte I colleghi del maresciallo ucciso da una trappola esplosiva MASSIMILIANO PEGGIO HERAT Quando sei a mezzo metro da un ordigno, vita e morte sono distanti un millesimo di secondo. Meno di un soffio». Vita da artificieri. Passione, ragione, adrenalina. Il primo maresciallo Mauro Gigli era un leader. «Un veterano di bombe e trappole mortali», dicono i suoi compagni artificieri. Il capo del team sminatori della brigata alpina Taurinense. Oggi il suo gruppo lo onora, sotto il tricolore a mezzâasta, spiegando cosâha di unico questo mestiere che non ammette errori. «In Afghanistan per neutralizzare una bomba - spiegano i genieri - servono esperienza, abilità e una buona dose di intuito. Qui un ordigno non è mai uguale allâaltro. Non è come rendere inoffensive mine o cluster bomb inesplose di cui si conoscono i meccanismi. Tutto è più complesso, improvvisato». Le bombe sono scatole a pressione, tubi con molle, tombini di scolo riempiti di esplosivi rudimentali. «In genere sono meno potenti del tritolo ma mortali. Uccidono senza fare distinzioni. Soprattutto tra la popolazione. Il rapporto di vittime tra militari e civili è di uno a tre». Spesso sono i bambini che giocano tra la polvere a trovare le bombe destinate ai soldati della Nato. «Dal primo gennaio a oggi nelle zone calde del Paese sono stati trovati e disattivati 119 ordigni. Quasi la metà, esattamente 50, ce ne siamo occupati noi italiani». Soldati coraggiosi ma non avventati. «Ogni intervento è pianificato. Prima si valuta la situazione, poi si invia il robot a controllare da vicino il bersaglio. A quel punto si decide come agire. La telecamera e i bracci meccanici del robot diventano gli occhi e le mani dellâartificiere». Mauro Gigli chiamava il suo robottino Wall.e, come il piccolo robot spazzino del film della Pixar, ultimo superstite di un mondo pattumiera. E come lâartificiere-marine nel film «The Hurt locker», collezionava nel suo ufficio ordigni di ogni genere per insegnare ai più giovani quanto può essere facile morire. «Da questi parti tutto può diventare una bomba. I canali di scolo sotto le strade asfaltate di fresco sono un nascondiglio ideale. Infilano lâesplosivo al centro dei tubi di cemento e poi ne sigillano le estremità con la terra, così lâesplosione si espande verso lâalto». Da queste parti anche restituire fecondità a terre inaridite da anni di odio e sangue può essere pericoloso. Un banale fertilizzante a base di nitrato di ammonio può diventare letale. «Quando aiutiamo le popolazioni rurali a risollevarsi, facciamo attenzione agli ingredienti chimici contenuti nei fertilizzanti, a quegli elementi che in mani esperte potrebbero essere utilizzati come armi». Diventare artificieri non è una passeggiata. «Ci vogliono almeno sei anni di scuola. E poi tanta esperienza, pratica sul campo. Ma non basta. Ogni giorno si impara qualcosa. Spesso tra team ci confrontiamo, ci scambiano conoscenze pratiche, soprattutto sulle caratteristiche degli ordigni artigianali». Confidenze che spesso possono salvare la vita. «A volte è come una sfida. Tra te e chi ha costruito la bomba. In un caso Mauro era rimasto molto colpito dallâabilità del creatore dellâordigno. Dopo averlo disattivato, aveva detto «non siamo mica pivelli». Ci mancherà il suo buon umore». Il coraggio nessuno te lo può dare. Ma quando si è a tu per tu con la bomba come si domina la paura? «Col senso del dovere. Aggrappandosi a quelle motivazioni antiche che ti fanno scegliere un mestiere che non è solo un mestiere. Sei lì e sai che non ti puoi tirare indietro. Chiamiamolo senso di responsabilità. Mauro era considerato da tutti un angelo custode. Quando le cose si facevano serie lui câera. Mai si sarebbe tirato indietro».Le salme di Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis sono attese per questa mattina alle 9 allâaeroporto militare di Roma Ciampino. Ad accompagnarle sullâaereo militare ci sarà il Generale di Corpo d`Armata Giorgio Cornacchione, Comandante del Comando Operativo di vertice Interforze. I corpi saranno subito trasferiti nellâistituto di medicina legale del Policlinico militare del Celio e la camera ardente sarà aperta al pubblico alle 15. Il rito funebre ufficiale si terrà alle 18 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Ieri pomeriggio, nella base di Herat câera già stata la «Ramp Ceremony», lâaddio dei compagni. La Stampa 16:09 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Banier reçoit 710 000 euros par an de la part de l'Oréal Selon le Monde, les liens existant entre le groupe de cosmétiques et le favori de Liliane Bettencourt seraient plus importants que ce qui était connu jusqu'ici. Une soixantaine d'actionnaires portent plainte. L'affaire Bettencourt rebondit sur le terrain économique. Le Monde précise, dans son édition datée du 31 juillet, les liens qui unissent François-Marie Banier, cette fois non pas à Liliane Bettencourt directement, mais à la société dont elle est la première actionnaire, L'Oréal. Selon le quotidien, le groupe de cosmétiques aurait conclu en 2001 une «convention de parrainage» et un «contrat de prestations» avec la société Héricy, créée en 1996 par François-Marie Banier. L'ami de Liliane Bettencourt percevrait ainsi chaque année 710.000 euros par an au titre de ces deux contrats, et ce jusqu'au 31 décembre 2011. Soit un revenu très légèrement inférieur à celui, par exemple, du patron de Michelin, Michel Rollier. Le jour de la signature de ces accords, dont l'existence a été confirmée par l'avocat de François-Marie Banier, celui-ci aurait envoyé une lettre à l'ex-PDG de L'Oréal, Lindsay Owen-Jones, faisant référence aux sommes versées : «Cher Lindsay, C'est avec une grande émotion que je viens de signer le contrat qui me permet de travailler encore pendant dix ans sans le souci de plaire», écrit alors François-Marie Banier, déjà accusé par Françoise Bettencourt-Meyers, la fille de Liliane Bettencourt, «d'abus de faiblesse» sur la personne de sa mère. Cette fois, ce sont les actionnaires qui se retournent contre François-Marie Banier. Selon le Monde, citant l'avocat Frédérik-Karel Canoy, une soixantaine d'actionnaires auraient décidé de se joindre à la démarche de Michel Tiphineau, retraité qui a déjà porté plainte contre François-Marie Banier le 5 juillet dernier pour abus de biens sociaux. Le parquet de Paris a ouvert une enquête préliminaire, qui a été confiée aux policiers de la Brigade financière. Le Figaro  13:46 Publié dans Presse française | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Il divieto della Catalogna alla corrida è solo l'ultimo schiaffo alla Spagna Gli animalisti possono smettere di esultare perché la recente proibizione delle corride nella Catalogna ha ben poco a che fare con la lotta per i diritti degli animali. Dietro il sostegno allâiniziativa di legge popolare firmata da 180mila catalani (su una popolazione di circa 7,5 milioni di persone) si cela in realtà la netta e trasparente volontà politica di cancellare tutto ciò che rappresenti lâidentità spagnola allâinterno della comunità catalana. Lâobiettivo ultimo non è altro che la separazione da Madrid. Lâabolizione, infatti, è solo lâultimo (e più evidente) gesto simbolico della lenta e progressiva battaglia di Barcellona per lâindipendenza. Il dibattito in Spagna sulla crudeltà della corrida è da sempre al centro delle polemiche e col tempo anche i suoi seguaci hanno incominciato a scarseggiare, soprattutto in Catalunya. Nonostante nel â900 questa regione fosse la culla e punto di riferimento mondiale dello spettacolo taurino, è ormai da molto che i catalani non mettono più la corrida nella lista dei loro hobbie preferiti. Basti pensare che su 1.848 feste di tori celebrate in tutta la Spagna nel 2009, appena 20 sono state organizzate in territorio catalano. Non a caso, in tutta la regione è rimasta solo una plaza de toros, la âMonumental de Barcelonaâ, che neppure negli appuntamenti più importanti riesce a riempire la metà dellâemiciclo (di norma occupato dai turisti). Eâ infatti da 30 anni che il nazionalismo catalano sta portando avanti il suo progetto di pulizia culturale mirato a creare un distacco da ogni emblema spagnolo. La prima vittima fu il Toro di Osborne, che nel giro di pochi mesi sparì dalle autostrade catalane âper questioni di sicurezza stradaleâ (la stessa ragione per cui alcuni esponenti politici hanno preteso che i tassisti togliessero le bandiere della Spagna dalle loro auto dopo la recente vittoria nei mondiali di calcio in Sudafrica). Poi è toccato alla lingua castigliana â che nonostante sia la lingua parlata dalla metà della popolazione che vive nella Catalogna è già sparita dallâambito educativo e dal settore pubblico â e anche alle bandiere spagnole ritirate dai balconi di alcune amministrazioni pubbliche catalane. Quindi, è stata la volta della tornata di referendum simbolici indipendentisti in 44 comuni (senza valore ufficiale ma che hanno registrato oltre il 90 per cento di âsìâ). Adesso è turno delle corridas, massimo simbolo della âpassione ibericaâ. Nel 1991 le Canarie furono le prime a proibire la particolare festa dei tori ma allora non ci fu così tanto scalpore mediatico sostanzialmente perché dietro la decisione non câera un preciso piano politico. In Catalogna, invece, già nel 1998 era stata approvata una âlegge per la protezione animaleâ che, di fatto, ha limitato la promozione e la celebrazione delle feste taurine, provocando la riduzione del numero di corride sul suo territorio. Molti si domandano perché, se la proibizione di questo spettacolo (che entrerà in vigore dal primo gennaio del 2012) ha lâunico scopo di mettere fine ai maltrattamenti degli animali, altre tradizioni vengano invece salvaguardate, come per esempio i correbous  e i correllaç (le corse per le strade di un paesino seguite dai tori imbizzarriti) o, tanto per restare in tema animalista, la caccia o la pesca sportiva. Fa riflettere infatti il tempismo di questa âdecisione storicaâ, come è stata definita dai mass media di mezzo mondo. Lâapprovazione della legge avviene allâindomani di due sentenze i cui verdetti hanno un grande valore storico a livello nazionale e internazionale. Dopo 4 anni, la Corte Costituzionale spagnola si è finalmente pronunciata sul ricorso di costituzionalità dello Statuto della Catalogna che era stato presentato dal Partito Popolare. Tra le altre cose, il Tribunale ha giudicato incostituzionali i passaggi dello Statuto che definivano la Catalogna una ânazioneâ e stabilivano il catalano âla lingua veicolare e preferenzialeâ rispetto a quella spagnola. Il governo Zapatero â che non ha la maggioranza assoluta in Parlamento e ha fortemente bisogno dei voti dei nazionalisti per restare al potere â è subito intervenuto per garantire che âla Catalogna avrà lâautogoverno che vuoleâ e che farà di tutto per riuscire ad aggirare la decisione dellâAlto Tribunale. A questo si aggiunge il fatto che lo scorso 22 luglio la Corte Internazionale di Giustizia dellâAja ha dichiarato legittima la secessione del Kosovo. Il Tribunale ha definito âun atto non contrario al diritto internazionaleâ la proclamazione dellâindipendenza. Avvenuta nel febbraio del 2008, la scelta secessionista è stata accettata da 42 Stati appartenenti alle Nazioni Unite e dallâUe, ad eccezione della Grecia, Romania, Slovacchia, Cipro e, ovviamente, la Spagna. Il pronunciamento era infatti destinato ad avere profonde implicazioni per i movimenti separatisti diffusi nel mondo. Non a caso lo stesso giorno il presidente di Erc, il terzo partito nel Parlamento catalano, reclamava lâindipendenza ânon solo economica ma anche politica, culturale e socialeâ sottolineando che âdâora in poi abbiamo anche lâavvallo giuridico internazionaleâ. Ciò che a questo punto si domandano gli analisti spagnoli è quale sarà il prossimo passo della Catalogna. Intanto, però, il maggior danno è già stato fatto: la decisione di abolire le corride è lâennesima aggressione contro la libertà individuale dei cittadini e un attentato contro la diversità culturale e la pluralità di opinioni che caratterizzano la popolazione che vive nella regione autonoma. Sulla questione pesa  infatti lâombra del pericolo che, col passar del tempo, vengano emarginati coloro che non condividono il nuovo âstampo identitario omogeneoâ imposto dagli indipendentisti per creare una nuova identità catalana ben lontana da quella spagnola. Un timore che, almeno fino ad oggi, sembra fondato. Fabrizia B. Maggi. L'Occidentale 13:41 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Gli "assenti ingiustificati" della riforma Gelmini Si può essere o non essere d'accordo con la nuova riforma dell'università passata ieri in senato, e con la sua stretta meritocratica tutta indirizzata verso meccanismi di produttività e competitività. "Un evento epocale - l'ha definito il ministro Gelmini - che rivoluziona il nostro sistema universitario e permette all'Italia di tornare a sperare". Ma nessuno ha detto qual è il vero segreto di questa rivoluzione. Che non sta solo nel fatto che i finanziamenti agli atenei arriveranno sulla base della qualità delle attività svolte, che viene posto un limite al numero delle facoltà per ateneo, o che a godere degli scatti in busta paga saranno i professori più bravi. E nemmeno nel fatto che saranno introdotti dei contratti a tempo determinato per i ricercatori (3 anni+3), alla fine dei quali o si verrà assunti o si tornerà a casa - un grande cambiamento che però si aspettava da tempo. No, c'è un aspetto del provvedimento che a noi appare ben più decisivo e destinato a passare alla Storia e riguarda l'orario di docenza e servizio per gli studenti che i docenti universitari dovranno garantire durante l'anno (350 ore, fatevi un po' i conti): se il testo diventasse legge, i professori avranno nientedimeno che l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Finalmente abbiamo capito perché è scoppiata la rivoluzione. D'ora in poi i prof assenti dovranno portare al preside la giustificazione. L'Occidentale 13:38 Publié dans Blog italien | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note E Solov'iev smascherò l'Anticristo Centodieci anni fa, il 31 luglio del 1900, a Uzkoe, presso Mosca, si spegneva Vladimir Sergeevic Solovâëv. Aveva quarantasette anni ed era nella pienezza del suo fervore intellettuale e religioso. Un autore che aveva lasciato una traccia indelebile nella letteratura e filosofia/teologia russa del suo tempo, con capolavori come le Lezioni sulla Divinoumanità, I fondamenti spirituali della vita e soprattutto quello che viene considerato il suo testamento spirituale, I tre dialoghi. Ad ascoltarlo erano accorse personalità del calibro di Dostoevskij e Tolstoj. Per la sua passione per i Padri della Chiesa fu definito amabilmente da Bernard Dupuy lâ«Origene dei tempi moderni». Hans Urs von Balthasar lo accostò a Tommaso dâAquino come «il più grande artefice di ordine e di organizzazione nella storia del pensiero». Anche Giovanni Paolo II nellâenciclica Fides et Ratio lo collocò tra i pensatori che hanno condotto una «coraggiosa ricerca» sul rapporto tra filosofia e parola di Dio, assieme a figure come John Henry Newman, Antonio Rosmini, Jacques Maritain e Pavel Florenskij. «Uno dei motivi della sua grandezza â rileva Adriano DellâAsta, docente di Letteratura russa allâUniversità Cattolica di Milano e direttore dellâIstituto italiano di cultura a Mosca â è proprio lâaver realizzato una sintesi armonica tra fede e ragione, tra teologia e filosofia. Per Solovâëv la pienezza dellâuomo si raggiunge solo quando questi si apre alla fede e la fede gli si spalanca, permettendogli uno sviluppo integrale delle sue facoltà e di viverle in pienezza». DellâAsta ricorda poi il suo cristocentrismo, così affine a quello di Dostoevskij, lâinteresse per Hegel e Kant, di cui fu un eccellente traduttore e divulgatore, la concezione divino-umana di Cristo proclamata dal Concilio di Calcedonia come il filo rosso della sua ricerca teologica, così come la grande tenerezza con cui parlava del Salvatore: «Si racconta spesso questo aneddoto: molti amici gli chiedevano perché si facesse il segno della croce prima di una conferenza o di mangiare. E flemmatica era la sua risposta: "Non voglio che nessuno possa sospettare che io mi vergogno del mio Cristo". Il suo era un cristianesimo senza compromessi». Un debito di riconoscenza verso Solovâëv lo serba Michelina Tenace, docente di Antropologia teologica alla Pontificia Università Gregoriana, e che è stata tra le prime in Italia a studiarlo in profondità dal punto di vista teologico, grazie ai suggerimenti dei suoi «maestri di sempre», il gesuita Marko Ivan Rupnik e il cardinale Tomáš Å pidlík: «Riprendendo e radicalizzando unâespressione di Dostoevskij, Solovâëv afferma che "la bellezza salva il mondo". Cosa significa concretamente? La salvezza è già in atto lì dove la materia si lascia trasfigurare dalla forza del contenuto divino, dalla luce, dalla vita, dallâamore. La bellezza quindi ha a che fare con la discesa dello Spirito Santo (ispirazione) e con la trasfigurazione della realtà in vista del Figlio». Lâultimo scritto del pensatore russo è senzâaltro quello più celebre, il Breve racconto sullâAnticristo. Il testo narra di un uomo dotato di virtù eccezionali che riesce a pacificare lâumanità e sa anche ridare unità ai cristiani divisi da secoli di separazioni e scismi. La sua opera viene contrastata e sconfitta e lui smascherato come lâAnticristo da un nucleo irriducibile di cristiani. «Lâinganno più pericoloso dellâAnticristo è nel far credere â commenta il critico letterario de La Civiltà Cattolica, il gesuita Ferdinando Castelli â che sia lui il vero Messia, il salvatore, venuto a perfezionare anzi a correggere lâopera di Cristo. Il profeta della Galilea ha complicato la vita, lâha resa dura, violenta, impraticabile; egli, al contrario, la rende facile e piacevole perché elimina le divisioni e le contraddizioni. E nella società odierna dei cosiddetti consumi facili, di una certa messianicità alla portata di tutti, noi siamo sedotti e tentati di seguire il richiamo di questo Anticristo, piuttosto che il vero messaggio evangelico». Un saggio che, secondo il sacerdote ortodosso e docente di Letteratura russa alla Cattolica di Brescia, Vladimir Zelinskij, deve essere riletto anche nella sua forte tensione ecumenica: «Per tutta la vita egli ricercò lâunità visibile nella storia, tuttavia nella sua ultima opera profetizzò il ritorno allâunità non prima del Giudizio finale. La sua eredità più grande è il messaggio di riconciliazione fra Oriente e Occidente cristiano, fra lâintelligentsia agnostica e la Chiesa, fra il cristianesimo e il popolo ebraico, fra la razionalità e la mistica, così come la ricerca di una risposta comune alla sfida delle forze anticristiane. Un lascito che a 110 anni dalla sua morte resta ancora da scoprire e vivere pienamente». Nelle pagine dell'Anticristo vive sottotraccia la discussione con lâautore di Guerra e pace â a cui Solovâëv indirizzò nel 1894 una lettera sulla Resurrezione di Cristo â sullâautenticità del messaggio evangelico. «La parabola letteraria dellâAnticristo richiama lâurgenza di un discernimento da parte dei cristiani di fronte alla falsificazione del "bene" â sottolinea la Tenace â: è falso quel bene che rende vana la croce di Cristo, vana la fede nella Resurrezione, vana la Rivelazione divina. Persino il Vangelo può diventare ideologia, ossia teoria sulla pace, sul benessere e la riconciliazione. Questo è il motivo della sua opposizione a Tolstoj». Tre anni prima di morire, il 13 febbraio 1896, Solovâëv aderì alla Chiesa cattolica, sostenendo che essa è fondata su Pietro «il pastore del gregge di Cristo». «Solovâëv nellâarco della sua breve vita â è la riflessione finale di padre Castelli â ha difeso la Rivelazione cristiana dal materialismo e positivismo dominanti in quegli anni in Russia. Non ha soprattutto voluto relegare Cristo in un ambito puramente umano e filantropico. Contro questa corrente si è schierato assieme a Dostoevskij. Entrambi hanno testimoniato, in opere dense di dottrina e di arte, che senza Cristo, Verbo incarnato, Dio si confonde con gli idoli e lâuomo si configura a un viandante senza meta. Lâidea portante del suo dramma sullâAnticristo è nellâaffermazione trionfale: "Il nostro signore è Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente". E in questo sta la sua cifra di grande pensatore e di cristiano». Filippo Rizzi. Avvenire 13:35 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Ogni volta io rivivo quell'abisso di dolore Vestirà la divisa il figlio del maresciallo morto a Herat ANTONIO GIAIMO VILLAR PEROSA I primi ad arrivare in borgata Droglia, alle 7 del mattino, sono stati gli alpini della Taurinense. Hanno fatto un cordone invalicabile per sostenere e proteggere la famiglia di Mauro Gigli, lâartificiere del 32° Reggimento genio guastatori di Torino, morto mercoledì a pochi chilometri da Herat, vittima di un attentato nel quale ha perso la vita anche il caporal maggiore capo Pierdavide De Cillis in forza al 21° Reggimento genio di stanza a Caserta. Villar, intanto, si inchina al dolore della famiglia. Dal balcone del municipio sventola a mezzâasta la bandiera italiana. E câè un silenzio irreale nella piccola borgata dove abita la famiglia. Gian Mauro, il figlio diciannovenne, esce di casa a metà mattinata, sale sulla sua Minicooper rossa e se ne va. Con delicatezza ha consegnato ai militari la sciabola del papà. Lâha quasi accarezzata prima di affidarla ad altre mani che la porteranno sulla bara del genitore. Ora è lui lâuomo di casa: suo fratellino ha solo sette anni e ancora non sa che papà non lo vedrà più. Ha gli occhi gonfi di lacrime questo ragazzo, al quale ieri pomeriggio, il colonnello Rosario Rudy Bonanno, comandante del 32° Rgt, ha confermato che la sua domanda di volontario in ferma prefissata è stata accolta. Anche lui farà il soldato. Seguendo, quasi, una tradizione di famiglia. E sempre Gian Mauro, ieri mattina, ha accompagnato la mamma prima in Comune a trovare un loculo nel piccolo cimitero di Villar Perosa, poi da don Franco Gallea, il parroco. Con lui ha scelto la chiesa per le esequie, quelle celebrate in forma privata dopo i funerali di Stato previsti a Roma oggi alle 18. «La cerimonia si svolgerà nella chiesa parrocchiale di SantâAniceto: è più grande del tempio dedicato a San Pietro in Vincoli â dice don Gallea â e quindi più adatta ad accogliere molti amici, parenti e militari che vorranno venire fin quassù per stringersi alla famiglia». Era arrivato a Villar nel 2006, Mauro Gigli, ma in paese lo conoscevano pochi. «Una persona molto riservata» dice Luciana Tessore, la titolare dellâedicola che si affaccia sulla piazza del Municipio. Aggiunge: «Non ci raccontava mai delle sue missioni, ma quando è partito per lâAfghanistan gli abbiamo fatto gli auguri». Quando non era in missione se ne stava quassù con la famiglia: la casa da finire di sistemare, i figli da seguire, aiutare e sostenere. E nel tempo libero si dava un gran daffare con i suoi colleghi per cercare aiuti umanitari da inviare in Afghanistan. Il sindaco di Villar Perosa Claudio Costantino, è costernato: «Chiederemo ai negozianti di abbassare le saracinesche durante il rito funebre: il dolore di quella famiglia è quello di tutta la comunità». Il parroco del paese chiede rispetto e preghiere. Su, in borgata Broglia, si affronta unâaltra giornata di strazio. Vita Maria Biasco, la vedova, sembra reagire con coraggio a tutto ciò che le sta accadendo. Ma, quando arriva lâauto dellâesercito che lâaccompagnerà ad accogliere la salma del marito, cede al dolore. Si volta di scatto, abbraccia il figlio e scoppia in un lungo, inconsolabile singhiozzo. Avvenire 13:33 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Il figlio di Gigli: "Anch'io artificiere nell'Esercito" Vestirà la divisa il figlio del maresciallo morto a Herat ANTONIO GIAIMO VILLAR PEROSA I primi ad arrivare in borgata Droglia, alle 7 del mattino, sono stati gli alpini della Taurinense. Hanno fatto un cordone invalicabile per sostenere e proteggere la famiglia di Mauro Gigli, lâartificiere del 32° Reggimento genio guastatori di Torino, morto mercoledì a pochi chilometri da Herat, vittima di un attentato nel quale ha perso la vita anche il caporal maggiore capo Pierdavide De Cillis in forza al 21° Reggimento genio di stanza a Caserta. Villar, intanto, si inchina al dolore della famiglia. Dal balcone del municipio sventola a mezzâasta la bandiera italiana. E câè un silenzio irreale nella piccola borgata dove abita la famiglia. Gian Mauro, il figlio diciannovenne, esce di casa a metà mattinata, sale sulla sua Minicooper rossa e se ne va. Con delicatezza ha consegnato ai militari la sciabola del papà. Lâha quasi accarezzata prima di affidarla ad altre mani che la porteranno sulla bara del genitore. Ora è lui lâuomo di casa: suo fratellino ha solo sette anni e ancora non sa che papà non lo vedrà più. Ha gli occhi gonfi di lacrime questo ragazzo, al quale ieri pomeriggio, il colonnello Rosario Rudy Bonanno, comandante del 32° Rgt, ha confermato che la sua domanda di volontario in ferma prefissata è stata accolta. Anche lui farà il soldato. Seguendo, quasi, una tradizione di famiglia. E sempre Gian Mauro, ieri mattina, ha accompagnato la mamma prima in Comune a trovare un loculo nel piccolo cimitero di Villar Perosa, poi da don Franco Gallea, il parroco. Con lui ha scelto la chiesa per le esequie, quelle celebrate in forma privata dopo i funerali di Stato previsti a Roma oggi alle 18. «La cerimonia si svolgerà nella chiesa parrocchiale di SantâAniceto: è più grande del tempio dedicato a San Pietro in Vincoli â dice don Gallea â e quindi più adatta ad accogliere molti amici, parenti e militari che vorranno venire fin quassù per stringersi alla famiglia». Era arrivato a Villar nel 2006, Mauro Gigli, ma in paese lo conoscevano pochi. «Una persona molto riservata» dice Luciana Tessore, la titolare dellâedicola che si affaccia sulla piazza del Municipio. Aggiunge: «Non ci raccontava mai delle sue missioni, ma quando è partito per lâAfghanistan gli abbiamo fatto gli auguri». Quando non era in missione se ne stava quassù con la famiglia: la casa da finire di sistemare, i figli da seguire, aiutare e sostenere. E nel tempo libero si dava un gran daffare con i suoi colleghi per cercare aiuti umanitari da inviare in Afghanistan. Il sindaco di Villar Perosa Claudio Costantino, è costernato: «Chiederemo ai negozianti di abbassare le saracinesche durante il rito funebre: il dolore di quella famiglia è quello di tutta la comunità». Il parroco del paese chiede rispetto e preghiere. Su, in borgata Broglia, si affronta unâaltra giornata di strazio. Vita Maria Biasco, la vedova, sembra reagire con coraggio a tutto ciò che le sta accadendo. Ma, quando arriva lâauto dellâesercito che lâaccompagnerà ad accogliere la salma del marito, cede al dolore. Si volta di scatto, abbraccia il figlio e scoppia in un lungo, inconsolabile singhiozzo. La Stampa 12:13 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Csm al traguardo: plauso del Colle Il Consiglio superiore della magistratura è completato. Dopo il lungo braccio di ferro sui nomi, il Parlamento, riunito a Montecitorio in seduta comune, ha eletto gli otto membri laici dellâorgano di autogoverno della magistratura. Appena in tempo per domani, 31 luglio, scadenza naturale del Csm in carica. E per incassare lâapprezzamento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che in una nota ha espresso gradimento «per lo sforzo convergente e responsabile dei gruppi parlamentari di maggioranza e di opposizione». Il Capo dello Stato, che del Csm è presidente, aveva più volte caldeggiato una soluzione. La scelta ha comunque riservato sorprese fino allâultimo. Soprattutto nel campo del centrodestra dove quasi tutti i nomi che giravano da tempo non hanno trovato posto. E soprattutto sono caduti il finiano Nino Lo Presti e la leghista Mariella Ventura Sarno. Nel rispetto delle quote, a questâultima è subentrato allâultimo momento - dopo una telefonata tra Bossi e Berlusconi - il deputato Matteo Brigandì, avvocato del Carroccio. I quattro nomi del Pdl sono Annibale Marini, Filiberto Palumbo, Nicolò Zanon (il più votato con 712 voti) e Bartolomeo Romano. Tutti tecnici. Secondo le previsioni, invece, la terna spettante alle opposizioni, con il centrista Michele Vietti - in corsa per la vicepresidenza - e i due nomi designati dal Pd, Guido Calvi e Glauco Giostra. Gli eletti sono stati proclamati dal presidente della Camera Gianfranco Fini alle 21,15. Un "filotto" maturato dopo estenuanti mediazioni interne ai partiti e agli schieramenti. Ben sette son le sedute andate a vuoto. E se nel Pd si delinea una, sia pur numericamente esigua, fronda interna (vedi articolo sotto), nel Pdl la tensione è tale che il coordinatore Ignazio La Russa - poco prima di parlare in aula come ministro della Difesa sui morti in Afghanistan - deve gettare acqua sul fuoco. «Non dipende da quello», risponde a chi gli chiede se lâesclusione di Lo Presti sia causata dalle agitazioni interne al partito. «Si tratta sicuramente di un ottimo giurista, ma nella quaterna finale non câè nessun parlamentare e la sua immagine è eminentemente politica», spiega La Russa. E il fatto che il partito del premier abbia puntato su profili eminentemente giuridici è anche segno del non demordere sulla possibilità di vedere uno dei quattro, lâex presidente della Consulta Marini, eletto vicepresidente dal plenum che si riunirà a Palazzo dei Marescialli forse già lunedì. Di sicuro domani si terrà al Quirinale la cerimonia di insediamento con il commiato degli uscenti. Per la poltrona di vicepresidente il nome più accreditato è da tempo quello di Vietti, vice dei deputati Udc. Anche se (o proprio perché) decisivo sarà il voto dei 16 togati. Tiene però il punto Maurizio Gasparri. Il fatto che si sia raggiunta lâintesa bipartisan necessaria per raggiungere un quorum elevato sugli otto nomi, non significa nulla. «Sul Csm votiamo i nomi concordati, ma non corrisponde al vero che ciò prefiguri intese su candidati alla vice presidenza», spiega il numero uno Pdl al Senato, artefice della candidatura Marini. «Si sa bene quale nome tra gli otto laici sia il più qualificato per lâincarico. Câè un solo ex presidente della Corte nella lista», prosegue Gasparri. Anche il suo vice Gaetano Quagliariello vede stabilito un principio: «Per la prima volta si è ottenuto - ha spiegato - di eleggere otto membri laici e non sette e un vicepresidente». Ora si vedrà se la caduta delle pregiudiziali potrà portare a unâinedita vicepresidenza di centrodestra. Sembra arduo, anche perché il blocco maggioritario dei magistrati di carriera propende più verso il centrosinistra. Gianni Santamaria. Avvenire 12:10 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Berlusconi: "Dovevo togliermi un peso dallo stomaco" Sfogo del premier, tentato dal ritorno alle urne AMEDEO LA MATTINA ROMA «Cacciatemi Fini». Dopo avere a lungo tentennato, Berlusconi ha scelto la linea più dura, quella dello scontro frontale, senza mezzi termini, senza spiragli. «Basta tatticismi e teatrini da Prima Repubblica che stanno rovinando lâimmagine del governo. Lui pensava di ricattarmi, di piegarmi, di tagliarmi la gola, di farmi paura facendo raccogliere le firme per i gruppi parlamentari, ma non ha capito che con me questi metodi da brigante non funzionano. Vedremo quanti parlamentari rimangono con lui». Per tutta la giornata câè stato un balletto di documenti, con versioni più morbide che non prevedevano di puntare il mirino su Fini e la sua carica di presidente della Camera. Un lavoro di cesello da parte di Letta, Alfano, Frattini, Mario Mauro (capogruppo degli europarlamentari Pdl) e Niccolò Ghedini. Il quale, di solito superfalco in materia di giustizia, ha fatto una lezione di diritto costituzionale al premier. Espulsione, deferimento ai probiviri? «Vorrei sommessamente ricordare - ha detto il deputato-consigliere- avvocato del Cavaliere - che nella Costituzione italiana câè un articolo che prevedere la libertà di associazione e di pensiero. Un partito non può violare questi principi costituzionali». «E io - ha osservato Mauro - come lo spiego a Bruxelles che il Pdl, appena iscritto al gruppo del Ppe, si spacca? Come gestisco i finiani a Strasburgo?». Un ministro molto vicino a Berlusconi considera una «follia» consentire la nascita di gruppi autonomi: «Passeremmo dalla padella alla brace. Se prima era difficile governare adesso sarà impossibile. Questi nuovi gruppi saranno una calamita per molti ex Forza Italia, quelli scontenti per vari motivi. Come fa Berlusconi a non capire in cosa si sta cacciando. Ci sono cattivi consiglieri che gli fanno credere che la maggioranza è solida, tranne scoprire che alla Camera sono più di trenta i finiani». Si illude Berlusconi - aggiunge il ministro - che «Casini gli verrà in soccorso». Niente. Il premier non ha sentito ragioni e ha preteso il massimo della durezza. «Cacciatemi Fini». Il quale, secondo il premier, ora dovrebbe prendere atto della sfiducia e dimettersi. Cosa che lâinquilino di Montecitorio non pensa proprio di fare. «La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio», è stata la sua risposta. Fini non molla, anzi rilancia e dà il via libera alla costituzione dei gruppi autonomi. Alla Camera ci sarebbero i numeri in abbondanza (34 finora), mentre al Senato i finiani stentano a raggiungere la quota minima di dieci, ma sembra che ci sia il soccorso di Adriana Poli Bortone e di Giovanni Pistorio dellâMpa. Fini aveva immaginato che i suoi parlamentari potessero rimanere dentro il confine del centrodestra con un appoggio esterno al governo. Ma Berlusconi vuole spingerli allâopposizione. Quanto ai finiani nel governo (il ministro Ronchi, il viceministro Urso e tre sottosegretari), dovranno decidere da che parte stare. Già oggi al Consiglio dei ministri verrà posto il problema a Ronchi. «Mi sono tolto un peso dallo stomaco», ha detto in serata il premier, andando alla cena organizzata dal ministro Rotondi. Il premier è convinto di recuperare molti dei finiani e fare terra bruciata attorno al presidente della Camera. Ma ora il premier dovrà verificare se ha maggioranza per governare. Ha cominciato la campagna acquisti nel gruppo misto alla Camera e al Senato. E tornerà allâattacco di Casini per convincerlo ad entrare nel governo. Ieri il leader a Montecitorio diceva che non se ne parla: «In questo momento sono in una posizione di forza e non vado a suicidarmi». Tuttavia câè chi scommette che dopo lâestate, lâUdc entrerà nellâorbita della maggioranza. Se questo non dovesse accadere e se le truppe finiane terranno, potrebbe aprirsi lo scenario di un governo alternativo oppure quello di elezioni anticipate. Ipotesi che Berlusconi esclude, ma ha fatto sapere di non avere paura del voto. Anzi câè chi pensa tra gli stessi berlusconiani che la scelta di una linea durissima preluda al piano inclinato verso le urne. Potrebbe verificarsi che manchi una maggioranza alla Camera mentre al Senato ci sia: a quel punto il capo dello Stato dovrebbe prendere dellâingovernabilità e sciogliere il Parlamento. Tutto ciò è ancora prematuro. Adesso siamo ancora in piena fase di guerriglia, con la scelta della scimitarra. «Sto male - ha detto il premier - mi piange il cuore, ma non credo si possa più andare avanti in questa situazione». Allâufficio di presidenza ci ha provato Giorgia Meloni e i tre esponenti finiani a fermare il premier, quasi implorandolo di aspettare 24 ore prima di prendere una decisione. «Non è possibile - ha risposto il Cavaliere - ci sono stati troppi tentativi, e ogni volta senza risultato. Abbiamo perso sei punti pieni nei sondaggi per queste liti e questi attacchi continui». La Stampa 12:08 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Silvio e Gianfranco: sedici anni di gelo Il rapporto con Bossi, le trame con i centristi, lo sdoganamento. Una continua altalena, a celare l'impossibilità di una vera unione MARCELLO SORGI ROMA Il titolo câè già: «Câeravamo tanto odiati...». E non importa come e quando sia finita, in fondo Berlusconi e Fini sono rimasti due estranei per tutti questi sedici anni, diciassette perfino, se si fa cominciare la storia da quelle fatidiche elezioni comunali del â93 in cui il Cavaliere, che era ancora un imprenditore, in unâimprovvisata conferenza stampa nellâipermercato di Casalecchio sul Reno dichiarò che a Roma come sindaco, tra Rutelli e lâallora segretario del Msi avrebbe scelto senzâaltro il secondo. Poco più dâun anno fa Fini, il 30 giugno, alla vigilia del G8 dellâAquila, aveva ammesso che quel voto «cambiò la storia dâItalia. Ero il candidato di un partito che aveva il quattro-cinque per cento, persi con il 47 e tutto cambiò». A ben vedere, lâequivoco su quel passaggio storico è rimasto irrisolto. Perché Fini è sempre stato convinto che, dato a Berlusconi quel che è di Berlusconi, non gli sia rimasto più alcun debito da pagare, e il suo ruolo nella vicenda del centrodestra sia stato, semmai, sottovalutato: come se appunto la sua leadership e la storia della destra italiana che lui ha trasformato, da partito nostalgico e postfascista a membro di diritto del club delle moderne destre mondiali, non faccia ancora pienamente parte di diritto di quella del centrodestra italiano. Berlusconi al contrario pensa che senza il suo scatto del 24 novembre â93 Fini sarebbe rimasto dovâera, nel suo ghetto di fascista che doveva ancora «uscire dalle fogne». Ci voleva coraggio, occorre riconoscerlo, nellâItalia di Tangentopoli che si avviava a consegnare tutte le metropoli italiane alla sinistra, a uscirsene come se ne uscì quel pomeriggio il Cavaliere. Quel che accadde di lì a poco cambiò nuovamente, e inaspettatamente, il panorama politico italiano. Mentre Fini, nel gennaio del 1994, archiviava il vecchio Msi e fondava la nuova Alleanza Nazionale, per spogliarsi del polveroso abito nero postfascista, Berlusconi, il 26 dello stesso mese, inviava la sua famosa cassetta tv ai telegiornali e dava il via alla più incredibile avventura politica mai vissuta in questo Paese. Insieme, di lì a poco, i due si sarebbero ritrovati in quel complicato marchingegno della doppia alleanza, al Nord con la Lega, al Centro e al Sud con An, che il 27 marzo portò il Cavaliere alla vittoria e al suo primo governo, e lâItalia, dal manto rosso uscito dalle recenti comunali, a quello azzurro in cui era avvolto il partito in provetta del Cavaliere. Qui la vicenda psicologico-politica del matrimonio freddo tra i due cofondatori conosce un secondo scompenso, destinato ad allungare i suoi effetti fino ad oggi. Mentre infatti Fini cerca di comportarsi con Berlusconi da alleato, facendo la campagna elettorale nellâinteresse della coalizione oltre che del suo partito, Bossi non perde occasione per attaccare il candidato premier e il suo alleato meridionale, definendoli, senza mezzi termini, «imbroglioni» e «porci fascisti», apostrofando il Cavaliere come «Berluscone e Berluskaz», definendolo «il Garibaldo di Fini» o più semplicemente «povero pirla», e promettendogli che «la Lega glielo ficcherà in quel posto». Si dirà, e Berlusconi lo ha detto tante volte, acqua passata. Ma siccome a quelle ingiurie pronunciate in campagna elettorale, senza che il leader della coalizione trovasse modo di replicare efficacemente, Bossi fece seguire il famoso «ribaltone» di fine â94, che riportò Fini e il Cavaliere allâopposizione per sette lunghi anni, è comprensibile che il leader di An i due pesi e due misure di Berlusconi nei confronti dellâalleato-concorrente nordista se li sia legati al dito. Anche se poi, della durata del periodo di opposizione, la cosiddetta «cavalcata nel deserto», Fini e Casini, che nel frattempo erano diventati amici stabilendo un asse che doveva durare nel tempo, portano la loro parte di colpa. Lâuno e lâaltro, peccando di presunzione, sâerano messi in testa che Berlusconi e il berlusconismo fossero un fenomeno passeggero. Ed è per questo che alla fine del â96, quando il governo tecnico di Dini si era esaurito e si tentava di metterne su uno politico di larghe intese affidato a Maccanico, preferirono le elezioni anticipate, contraddicendo il Cavaliere e mettendo in conto la sua sconfitta, che avvenne puntualmente, e la sua uscita di scena, che invece non ci fu. Come sia riuscito Berlusconi a tenere insieme quel che era rimasto della sua coalizione, è ancora oggi sorprendente. Bossi se nâera andato per conto suo. Fini e Casini, si capiva benissimo, erano a caccia di altre avventure. Nella Bicamerale DâAlema del â96-â97 ognuno si muoveva per conto proprio, e quando il Cavaliere, dopo il famoso «patto della crostata», mandò tutto per aria, Fini fece di tutto per soccorrere il leader Pds, inutilmente. Un anno dopo, cogliendo lâoccasione delle elezioni europee votate con sistema proporzionale, diede una riverniciata ad Alleanza Nazionale collegandola al movimento referendario di Segni e a una parte dei radicali. La nuova lista, che aveva per simbolo lâElefante, e correva in aperta concorrenza con Forza Italia, ricevette dalle urne una brutta delusione, fermandosi al 10 per cento laddove Fini alle ultime politiche aveva sfiorato il 14. Così che a molti parve un miracolo nel 2001 rivedere insieme i rissosi alleati del centrodestra, compreso Bossi che, novello figliol prodigo, nel frattempo sâera deciso a rientrare. Di quel miracolo, a dire la verità, molte responsabilità le aveva il centrosinistra, che era riuscito ad apparire perfino più litigioso dei suoi avversari nei suoi cinque anni di governo con tre diversi leader a Palazzo Chigi. Nella seconda legislatura di Berlusconi premier, 2001-2006, lâasse Fini-Casini, vicepremier e ministro degli Esteri il primo, presidente della Camera il secondo, prese le sembianze di una radicale opposizione interna, un «sub-governo», come venne definito, che arrivò a chiedere e a ottenere la testa del potente ministro dellâEconomia Tremonti. Il resto, anche se sono passati anni, è storia che si ripete fino ai nostri giorni. Berlusconi lasciato solo nella campagna elettorale del 2006, persa per soli 24 mila voti (lo stesso avverrà nel 2010). Berlusconi dichiarato finito da Fini, che intona il «de profundis» nel 2007. Berlusconi che il 18 novembre dello stesso anno fonda il nuovo partito sul predellino di piazza San Babila e Fini che commenta: «Siamo alle comiche finali». Berlusconi che trova il modo di espellere dallâalleanza Casini alla vigilia delle elezioni del 2008, Fini che abbandona al suo destino il vecchio amico del «sub-governo», e con una giravolta impensabile anche per i suoi amici dellâex An torna al fianco del Cavaliere. Da allora in poi, dopo la vittoria e la formazione del nuovo governo Berlusconi, con il cofondatore che va a presiedere la Camera, non si contano gli argomenti delle polemiche. Il voto agli immigrati. I troppi decreti. Le troppe fiducie chieste dal governo al Parlamento. La Finanziaria. Il cesarismo nel Pdl. La legge sulle intercettazioni. La difesa della legalità. Il garantismo e le dimissioni dei membri del governo inquisiti, come Brancher e Cosentino. In un «fuori onda», mentre aspetta in studio di partecipare a un talk show con il procuratore Trifuoggi, a Fini scappa detto che «Berlusconi scambia la leadership con la monarchia assoluta». La sensazione che il vaso sia colmo e lâalleanza finita precedevano da molto tempo la rottura annunciata e consumata in questi giorni. La previsione era che i cofondatori si sarebbero separati lâanno prossimo, alla vigilia dello scioglimento anticipato delle Camere, ormai messo nel conto apertamente anche da Berlusconi. Invece le elezioni arriveranno anche prima, proprio perché i due alla fine non ce lâhanno fatta a restare insieme. La Stampa 12:05 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Patrice de Maistre de nouveau en garde à vue Patrice de Maistre (ci-dessus) devrait sortir de garde à vue d'ici ce soir, selon son avocat. Crédits photo : Le Figaro Le gestionnaire de fortune de Liliane Bettencourt est une nouvelle fois interrogé vendredi par la brigade financière dans le cadre de l'enquête sur la fortune de Liliane Bettencourt. Déjà auditionné par la police il y a 15 jours, Patrice de Maistre se trouvait de nouveau en garde à vue vendredi matin. Ce retour dans les locaux de la brigade financière survient au lendemain de l'audition d'Eric Woerth concernant notamment les conditions d'embauche de sa femme dans la société Clymène, qui gère les biens de Liliane Bettencourt. L'avocat de Patrice de Maistre Pascal Wilhelm a précisé qu'il s'agissait d'une reprise de la garde à vue de son client, déjà entendu pendant 36 heures 30 les 15 et 16 juillet. «Il restait quelques heures qu'ils avaient conservées pour confronter (les déclarations de mon client) avec les déclarations des uns et des autres, c'était prévu», a-t-il expliqué. Cette garde à vue pouvait aller jusqu'à 48 heures au total, a-t-on appris auprès du parquet.   Eric Woerth dément les accusations de Patrice de Maistre   Patrice de Maistre va donc être confronté aux déclarations de Florence Woerth, auditionnée le 21 juillet, et surtout d'Eric Woerth. Il y a deux semaines, le gestionnaire de fortune de Liliane Bettencourt a expliqué avoir rencontré l'épouse du ministre du Travail à la demande de son mari pour la conseiller sur sa carrière. Affirmation démentie jeudi par Eric Woerth, qui a nié être intervenu en faveur de son épouse pour qu'elle soit engagée au sein de la société Clymène, gestionnaire des avoirs de Liliane Bettencourt. Selon l'avocat d'Eric Woerth, Me Jean-Yves Le Borgne, son client a seulement «admis avoir évoqué avec M. de Maistre, au cours d'une conversation banale, la profession de son épouse, étant donné les formations à peu près semblables de l'un et de l'autre. Cela se passait à un moment où il n'était pas ministre». Quant à Florence Woerth, elle a assuré, selon son avocat, que c'est Patrice de Maistre qui l'avait sollicitée pour venir travailler avec lui.   Retour sur le résultat des perquisitions   Le résultat des perquisitions menées depuis plusieurs jours dans le cadre de cette enquête devait également être évoqué ce vendredi, a précisé une source du parquet. Il pourrait être réinterrogé sur ses rencontres avec Eric Woerth et les soupçons de financement occulte de la campagne présidentielle de 2007 nourris par les déclarations de l'ancienne comptable de Liliane Bettencourt. Elle affirme qu'Eric de Maistre lui aurait demandé, en janvier 2007, 150.000 euros pour les remettre à Eric Woerth, alors trésorier de l'UMP. Elle n'aurait remis que 50.000 euros à Patrice de Maistre, par l'intermédiaire de Liliane Bettencourt, sans savoir ce que ce dernier avait fait de cette somme. Depuis les révélations de cette affaire, qui a fait tanguer le sommet de l'Etat et fragilisé le ministre en charge de l'épineuse réforme des retraites, Eric Woerth a fait savoir qu'il quitterait le 30 juillet ses fonctions de trésorier de l'UMP. (avec agences) Le Figaro 12:02 Publié dans Presse française | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note L'ultimo schiaffo Roma - Lui, comunque, non si dimette: «La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio». Camicia bianca, cravatta lilla, completo grigio, umore più scuro. Gianfranco Fini ieri mattina uscendo di casa si sarà domandato se stava anche per accomodarsi fuori dal partito di cui è stato il cofondatore. Ben prima della piccata replica al documento di censura dellâufficio politico del Pdl, che attaccherà in serata proprio il suo ruolo istituzionale, il presidente della Camera lavora tutto il giorno con i suoi fedelissimi alle strategie sul come reagire a eventuali defenestrazioni e deferimenti. Sullo scranno più alto di Montecitorio, con Silvio Berlusconi seduto pochi metri sotto di lui, Fini medita unâidea clamorosa: in caso di «divorzio» imposto, lui e i suoi porterebbero la vicenda in tribunale. Gianfranco comincia serrando le file dei suoi fedelissimi: «Se sospendono dal Pdl uno di noi, mi autosospendo anche io». Ma mantiene comunque i piedi puntati nella maggioranza, giurando di restare fedele al governo in carica e al patto con gli elettori, anche in caso di «strappo», per quanto violento. Così la giornata di ieri si gioca, sui due fronti contrapposti interni al Pdl, tra riunioni più o meno segrete, conte più o meno ottimistiche per i gruppi autonomi, messaggi trasversali. Con Fini e i finiani che, appunto, fanno filtrare lâipotesi di rivolgersi alla magistratura, nel caso la maggioranza del Pdl avesse scelto linea dura ed espulsioni. Una possibilità venduta come «extrema ratio» dai boys di Generazione Italia e dallo stesso leader, ma che ha inevitabilmente contribuito ad alzare la temperatura nel giorno della «pax mancata». Il messaggio di pace lanciato a Silvio Berlusconi dalle pagine del Foglio, con Fini che confessava a Ferrara la sua voglia di «resettare», sâera bruciato prima ancora di arrivare in edicola. Stroncato dal «troppo tardi» serale, sibilato dal premier. E Fini si è detto «incredulo» proprio della totale chiusura al dialogo da parte del Cavaliere, incontrando i deputati a lui fedeli ieri mattina, a margine dei lavori dâAula. «Siamo stati sempre fedeli alla maggioranza e al governo - avrebbe sospirato il primo inquilino di Montecitorio - io mi spendo per ricucire lo strappo. Ieri ho teso la mano a Berlusconi e ho ricevuto uno schiaffo in faccia». Così ecco la minaccia della soluzione giudiziaria per una bega squisitamente, profondamente politica. Presentare ricorso con procedura dâurgenza, previsto dallâarticolo 700 del codice di procedura civile, per chiedere in tribunale lâeventuale reintegro nel partito degli epurati. Come gettare benzina sulle fiamme per domare un incendio. Anche se la giustizia chiamata in causa sarebbe quella civile, nel Pdl sottolineano come un ricorso alle toghe da parte dei finiani suonerebbe come un altro messaggio diretto al Cavaliere. Che non ha mai risparmiato critiche allâuso politico della giustizia. La minaccia dellâ«arma segreta» non basta come deterrente. Il vertice del Pdl bolla le posizioni di Fini come «incompatibili» con i principi del partito, e ipotizzano un suo «passo indietro» anche dalla presidenza della Camera. Ma Gianfranco non molla la poltrona: «Berlusconi non può decidere nulla». Il Giornale 11:59 Publié dans Presse italienne | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note L'EPR de Flamanville a deux ans de retard   Crédits photo : AFP L'électricien a annoncé, lors de la publication de ses résultats semestriels, un retard de deux ans du démarrage de l'EPR de Flamanville et un coût du chantier réévalué à 5 milliards d'euros. C'est désormais officiel, EDF a annoncé un retard pour l'EPR de Flamanville, dans la Manche. Le report de la date de démarrage du réacteur est de deux ans «l'objectif de première production commercialisable est désormais fixé à 2014», souligne la direction. Et le coût du chantier est « ré-estimés autour de 5 milliards d'euros » confirme le groupe. Jusqu'ici, la construction du réacteur de 3e génération avait été évalué à 4 milliards d'euros. Selon Jack Tord, coordinateur CGT sur le site, ce délai supplémentaire impliquerait de recruter du personnel en plus sur le chantier. Les effectifs, déjà portés à 3000 employés, «devrait atteindre 3500 à la fin de l'année ou au début de l'année prochaine», estime-t-il. La direction d'EDF avait implicitement reconnu en novembre 2009 un retard d'un an, en distinguant le démarrage du réacteur, prévu en 2012, et la «production d'électricité commercialisée», jusqu'ici fixée à 2013.   Un retard pas étonnant   Les retards de l'EPR de Flamanville sont régulièrement évoqués dans la presse. En janvier, Le Figaro et Les Echos mentionnaient déjà «au moins deux ans de retard» pour un coût de 5 milliards d'euros. Jeudi, Le Monde et Le Parisien évoquaient eux aussi un démarrage en 2014, contre 2012 selon le calendrier initial. La CGT d'EDF évoque depuis plusieurs mois un retard de cet ordre, les délégués du siège à Paris avançant deux ans de retard et ceux du chantier de Flamanville un an et demi.   Crédibilité de l'EPR   Dans un rapport publié mardi par l'Elysée, l'ancien patron d'EDF François Roussely préconisait d'établir d'urgence «un plan d'actions prioritaires» afin de «garantir la construction de la centrale nucléaire Flamanville 3 dans les meilleures conditions de coût et de délais». Objectif, préserver au maximum la crédibilité du modèle EPR et «la capacité de l'industrie nucléaire française à réussir de nouvelles constructions de centrales», après les difficultés rencontrées sur le chantier finlandais d'Olkiluoto et sur celui de la troisième tranche de Flamanville. Le chantier de l'EPR d'Olkiluoto en Finlande, mené par le groupe Areva, accuse en effet quatre ans de retard sur son calendrier initial, avec un démarrage du réacteur prévu fin 2012 ou début 2013. Areva a passé 2,7 milliards d'euros de provisions dans ses comptes pour ce chantier, alors que le coût de cet EPR était initialement évalué à 3 milliards d'euros. Le Figaro 09:49 Publié dans Presse française | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note Il Cav. "liquida" Fini ed apre la vertenza sulla Presidenza della Camera Questa volta il notaio è il partito. E loro, i co-fondatori che un anno e mezzo fa lo hanno registrato nero su bianco, i protagonisti della rottura. Irreversibile. Silvio Berlusconi riunisce l'ufficio di presidenza del Pdl, due ore dopo Gianfranco Fini e i suoi fedelissimi sono fuori dal partito. Compresi Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio deferiti ai probiviri e dunque, in attesa di giudizio. Su trentasei membri del "parlamentino", trentatrè dicono sì al documento (votano contro i finiani Urso, Viespoli e Augello) che altro non è che una durissima censura politica sull'operato dell'ex leader di An, da oggi ufficialmente capo di un altro partito. Nelle sue mani infatti ci sono le lettere di dimissioni firmate dai deputati e senatori che lo hanno seguito nei mesi tribolati che dal controcanto hanno portato alla separazione dal Cav. Gruppi parlamentari autonomi è la via che già ieri era stata indicata nell'ufficio di Italo Bocchino durante il mini-vertice con 18 deputati di chiara fede finiana, convocato proprio mentre l'Aula votava gli ordini del giorno sulla manovra economica. U  

 

 

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